La DANZA MACABRA della chiesa di San Vigilio a Pinzolo

Spesso le piccole chiese rurali delle zone montane hanno le pareti esterni riccamente affrescate con immagini sacre a scopo sia apotropaico che devozionale.

La chiesa di San Vigilio a Pinzolo nell’alta Val Rendana in provincia di Trento non fa eccezione alla regola. Tuttavia le sue facciate esterne sono particolarmente importanti per il lungo fregio, molto ben conservato, con la straordinaria rappresentazione della cosiddetta Danza Macabra dipinta da Simone II Baschenis nel 1539.

La Danza Macabra: un’allegoria ambivalente

Si tratta di un tema allegorico tardomedievale e rinascimentale con la rappresentazione di una danza tra uomini e scheletri. Il significato simbolico di memento mori è particolarmente evidente: gli scheletri sono infatti una rappresentazione cruda e diretta della Morte, mentre uomini e donne appaiono spesso abbigliati secondo le diverse classi sociali dell’epoca, dai ceti meno abbienti (contadini, artigiani e medicanti) alle figure dominanti (nobili, dame, vescovi, papa, re e imperatore).
L’idea di fondo è dunque che la morte è inevitabile e coglie tutti indipendentemente dalle ricchezze e dal ruolo ricoperto durante la vita terrena.

Alcuni studiosi ipotizzano che l’origine e diffusione della Danza Macabra – insieme a un certo compiacimento per la raffigurazione di scheletri e cadaveri (ad esempio nelle rappresentazioni dell’inferno o del Giudizio Universale) – siano dovuti alla grande epidemia di peste del 1348, che rese la morte un’esperienza purtroppo quotidiana e onnipresente.

Tuttavia a quell’epoca – a differenza di oggi – la morte in quanto tale non faceva paura: erano semmai la dannazione eterna e l’inferno a spaventare veramente. La Danza Macabra è infatti anche un modo per esorcizzarla attraverso una sorta di atteggiamento di sfida: uomini e scheletri danzano insieme, a testimoniare che la morte è una parte naturale e imprescindibile della vita terrena.

Un’idea già espressa all’inizio del XIII secolo da san Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle creature:
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò scappare:
guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

La Danza Macabra di Pinzolo: analisi stilistica e iconografica

Il fregio con la Danza Macabra si trova nella fascia sottogronda del fronte sud della chiesa di San Vigilio (uno dei lati lunghi) e si legge da sinistra a destra.
Gli affreschi sono corredati da didascalie scritte in rosso su fondo bianco contenenti un componimento poetico esplicativo in volgare italiano.

La prima scena comprende tre scheletri musicanti, due in piedi con chiarine dorate e uno assiso su una sorta di trono, cinto da una corona e intento a suonare la cornamusa. Si tratta della Morte sovrana, a cui deve sottostare persino la volontà divina, come spiega in dettaglio la didascalia sottostante in cui è lei stessa a parlare:
Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossì son fiera e dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremar el mondo
Revolzendo mia falze atondo atondo“.
[Io sono la morte che porto la corona, sono signora di ogni persona, e sono così fiera, forte e dura che trapasso le porte e oltre le mura; e son quella che fa tremare il mondo rivolgendo la mia falce tutto attorno].

Il concetto della superiorità della morte è ulteriormente ribadito dalla seconda scena, comprendente Cristo in croce trafitto da una freccia scagliata da uno scheletro arciere: anche tutti gli altri personaggi vengono trafitti da queste frecce. Lo scheletro arciere tiene anche per mano il Papa, ritratto con le vesti pontificali e la triplice tiara (il triregno) simbolo del potere papale. Seguono un cardinale, trafitto da una freccia e trascinato da uno scheletro, e un vescovo ugualmente trafitto e trascinato da un secondo scheletro con un piccone in spalla. Anche in questo caso la didascalia è molto chiara:
Ov’io tocco col mio strale
Sapienza, beleza forteza niente vale.
Non è signor, madona nè vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo.
Mia figura o peccator contemplarai
Sinche a mi tu diverrai.
Non ofender a Dio per tal sorte
Che al transire non temi la morte,
Che più oltre no me impazo in be’ nè in male,
Che l’anima lasso al giudice eternale.
E come tu avrai lavorato
Lassù hanc sarai pagato.
O peccator più no peccar no più
Che ‘l tempo fuge et tu no te n’ avedi
Dela tua morte che certeza ai tu?
Tu sei forse alo extremo et no lo credi
De ricorri col core al bon Jesu
Et del tuo fallo perdonanza chiedi.
Vedi che in croce la sua testa inchina
Per abrazar l’anima tua meschina
O peccatore pensa de costei
La me à morto mi che son signor di ley.
O sumo pontifice de la cristiana fede

Christo è morto come se vede
a ben che tu abia de san Piero al manto
acceptar bisogna de la morte il guanto.
In questo ballo ti cone intrare
Li antecessor seguire et li succesor lasare,
Poi che ‘l nostro prim parente Adam è morto
Sì che a te cardinale no le fazo torto.
Morte cossì fu ordinata
In ogni persona far la intrata
Sì che episcopo mio jocondo
È giunto il tempo de abandonar el mondo“.
[Dove io tocco con la mia freccia, sapienza, bellezza e forza non valgono niente; non c’è signore, nobildonna o vassallo, bisogna che entrino in questo ballo. O peccatore, contemperai la mia figura e diventerai simile a me [cioè a uno scheletro – ndr]. Non offendere Dio per questa sorte, perché nel trapasso non temi la morte: io non mi impiccio di bene o male, perché lascio l’anima al giudizio eterno e come tu avrai lavorato allo stesso modo sarai ripagato. O peccatore, non peccare più, perché il tempo fugge e tu non te ne avvedi. Che certezza hai della tua morte? Tu forse sei all’estremo [cioè alla fine della vita – ndr] e non lo credi; su ricorri col cuore al buon Gesù e chiedi perdono del tuo errore. Vedi che sulla croce inchina la testa per abbracciare la tua anima meschina. [Seguono due versi per me intraducibili]. Sommo Pontefice della fede cristiana, come si vede Cristo è morto. Anche se tu hai il manto di San Pietro, bisogna accettare il guanto della morte. Ti conviene entrare in questo ballo, seguire i predecessori e lasciare i successori. Poiché il nostro primo progenitore Adamo è morto, a te cardinale non faccio torto. Alla morte così fu ordinato di entrare in ogni persona; cosìcchè, caro vescovo giocondo, è il giunto il tempo di abbandonare il mondo].

Procedendo il rigoroso ordine gerarchico troviamo quindi un sacerdote trafitto da una freccia e trascinato per un lembo della veste da uno scheletro che regge una clessidra con l’iscrizione “Ala hora tertia” (alla terza ora), simbolo inequivocabile dello scorrere tempo. Ecco poi un frate francescano con un libro – simbolo degli studi umani e teologici – fiancheggiato da uno scheletro con una pala.
Segue quindi l’Imperatore accompagnato da uno scheletro che regge un cartello con scritto “Pensa la fine“, il Re e la Regina con la corona trascinati nella danza da scheletri con bastoni a cui sono attorcigliati lunghi cartigli con scritto rispettivamente “Mors est ultima finis” (la morte è il compimento estremo) e “Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis” (ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato). La scena è commentata dalla solita didascalia:
O Sacerdote mio riverendo
Danzar teco io me intendo
A ben che di Christo sei vicario
Mai la morte fa divario.
Buon partito pilgiasti o patre spirituale
A fuzer del mondo el pericoloso strale
Per l’anima tua può esser alla sicura
Ma contra di me non avrai scriptura.
O cesario imperator vedi che li altri jace
Che a creatura umana la morte non à pace.
Tu sei signor de gente e de paesi o corona regale
Ne altro teco porti che il bene el male.
In pace portarai gentil regina
Che ho per comandamento di non cambiar farina“.
(O mio sacerdote reverendo, io intendo danzare con te: anche se sei vicario di Cristo, la morte non fa mai una divisione. Padre spirituale, hai preso una buona decisione a fuggire la pericolosa tentazione del mondo: per la tua anima è una scelta sicura, ma contro di me non avrai scrittura [?]. O Cesare Imperatore [si tratta dell’imperatore del Sacro Romano Impero – ndr] vedi che gli altri giacciono, che la morte non da pace a una creatura umana. O corona regale [cioè il Re, distinto dal suo attributo più importante – ndr] tu sei sovrano di popoli e paesi, con te non porti nient’altro se non il bene e il male. Porterai in pace gentile regina, che per te ho il comandamento di non cambiare la farina).

Troviamo quindi un duca, un medico con la tipica veste rossa lunga e la matula (il vaso in vetro per analizzare l’urina dei pazienti), un uomo d’arme nel tipico abbigliamento militare e armato di spada e alabarda; un ricco banchiere con una ciotola piena di denari e infine un giovane ben vestito e colla spada al fianco, probabilmente un figlio cadetto della piccola nobiltà. Sono tutti trafitti da frecce e accompagnati da scheletri che reggono cartigli: “O dives dives non longo tempores vives fac bene dum si post mortem vivere velis” (o ricco ricco, non vivrai per lungo tempo. Fai del bene se vuoi vivere dopo la morte), “Memento homo quia cinis in cinerem reverteris” (ricorda uomo che sei cenere e ritornerai cenere) e “Semper transire paratus” (sii sempre pronto al trapasso). La didascalia recita:
O duca signor gentile
Gionta a te son col bref sottile.
Non ti vale scientia ne dotrina
Contra de la morte non val medicina.
O tu homo gagliardo e forte
Niente vale l’arme tue contra la morte.
O tu ricco nel numero deli avari
Che in tuo cambio la morte non vuol danari.
De le vostre zoventù fidar no te vole
Però la morte chi lei vole tole“.
[O duca signore gentile, sono giunta da te [alcune parole che non riesco a tradurre]; [medico] non ti serve scienza né dottrina, contro la morte non vale alcuna medicina. Tu uomo gagliardo e forte, contro la morte non servono le tue armi. E tu riccone nel numero degli avari, in cambio di te [cioè in cambio della tua salvezza – ndr] la morte non vuole denari. Non fidatevi della vostra gioventù, perché la morte prende chi vuole].

Abbiamo infine l’ultimo gruppo di personaggi: uno storpio con le gambe amputate che si sorregge grazie a due bastoni, una monaca in preghiera, una dama ben vestita, una vecchia col bastone e infine un bambino nudo. Tranne il bambino sono tutti trafitti da frecce e accompagnati da scheletri con cartigli: “Tuti torniamo ala nostra madre antiqua che apena el nostro nome se ritrova“, “Est nostrae sortis transire per hostia mortis” e “Omnia fert aetas – perficit onmia tempus” (tutto quello che porta l’età, il tempo lo conclude). Il bambino è accompagnato da uno scheletrino che regge un curioso bastone  a sonagli simile alle insegne delle legioni romane con altri due cartigli: “Dum tempus habemus operemur bonum” (facciamo del bene finché ne abbiamo il tempo) e “A far bene non dimora che in breve passa l’ora“.
La didascalia recita:
Non dimandar misericordia o poveretto zoppo
A la morte, che pietà non li dà intopo.
Per fuzer li piazer mondani monica facta sei
Ma da la sicura morte scapar no poi da lei.
Non giova ponpe o belese
Che morte te farà puzar e perdere le treze.
Credi tu vecchia el mondo abbandonare
Che no pe(s?)a… cu(elo?)… ch (morte?) fa fare.
O fantolino de prima etade
Come sei igenerato tu sei in libertade.
Fate bene tanto che siete in vita
Che come lombra tornerete in sepoltura
De li nostri deliti penitenza fate
Presto […]“.
[Povero zoppo non chiedere misericordia alla morte, che non è intralciata dalla pietà. Ti sei fatta monaca per fuggire ai piaceri mondani, ma non puoi scampare dalla morte sicura. Non ti giovano onori e bellezze, che la morte ti farà puzzare e perdere le trecce. Credi tu vecchia di abbandonare il mondo… [segue un verso illeggibile]. O bambino nella prima infanzia, come sei stato generato, così tu sei in libertà [cioè io posso fare di te ciò che voglio – ndr]. Fate molte cose buone finché siete in vita, perché come le ombre tornerete nella tomba. Fate penitenza dei nostri delitti, presto…].

L’ultima scena comprende un ultimo scheletro alato, a cavallo e armato di arco, intento a trafiggere i personaggi con le sue frecce; l’Arcangelo Michele con la bilancia e la spada sguainata intento a valutare i peccati dei morti e infine il Diavolo con un libro su cui sono indicati i sette peccati capitali (ira, invidia, avarizia, superbia, gola, accidia e lussuria) e l’iscrizione “Io seguito la morte e questo mio guardeano, d’onde è scripto, li mali oprator che meno al inferno” (io seguo la morte e in questo mio quaderno sono scritti quelli che hanno agito male, che conduco all’inferno). Un ultimo cartiglio chiarisce il ruolo di San Michele: “Arcangelo Michel de lanime [sic!] difensore intercede pro nobis al creatore“.

Il significato complessivo della Danza Macabra è molto chiaro: la morte simboleggiata da uno scheletro balla con ciascun personaggio vivente, destinato a soccombere ad essa.

È inoltre molto importante la sequenza dei personaggi, particolarmente indicativa delle gerarchie e divisioni della società cinquecentesca.
Il ruolo dominante è infatti attribuito al clero, la cui gerarchia appare molto netta: papa, cardinali, vescovi, clero secolare e monaci. Abbiamo quindi le massime cariche politiche, cioè l’imperatore, il re e la regina e infine la nobiltà. Segue quindi l’alta borghesia comprendente la cosiddetta “nobiltà di toga” – simboleggiata dal medico e formata anche da giudici, notai, professori universitari, avvocati, diplomatici e cancellieri – i capitani di ventura e i mercanti, categoria in cui rientrano anche banchieri e cambiavalute. Abbiamo quindi un giovane, probabilmente un figlio cadetto della piccola nobiltà. Seguono infine un bambino e varie donne: una dama, una monaca e una vecchia.

Nel ‘500 donne e bambini godevano infatti di bassa considerazione sociale: le une perché relegate quasi esclusivamente alla cura della casa e all’allevamento dei figli, gli altri a causa della mortalità infantile estremamente alta. L’unica donna che si distacca dalle altre è la regina, considerata unicamente per il potere politico e temporale di cui era detentrice: la monaca e la nobildonna non vengono infatti considerate pari al monaco e al duca (uomo). Una posizione particolarmente precaria spettava alle donne anziane, specialmente se povere e vedove: ormai prive di qualsiasi ruolo nella gestione domestica, erano spesso considerate inutili e talvolta persino accusate di stregoneria.


L’ultima fotografia dell’articolo e la trascrizione del componimento poetico sono tratti da questa pagina del sito www.ilmedievista.it

Chiedo inoltre perdono se la mia parafrasi del componimento poetico in alcuni punti risulta imprecisa o incompleta.

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