Archi e piattabande con GIUNTI A DARDO DI GIOVE

Il meccanismo di rottura di un arco o una piattabanda più pericoloso è senza dubbio il DISSESTO A TAGLIO, che si manifesta inizialmente con il solo scorrimento verso il basso del concio di chiave e successivamente con lo spostamento reciproco di numerosi conci. Si tratta di un cinematismo irreversibile ed estremamente pericoloso, perché il collasso si verifica per uno spostamento inferiore al 5% della luce netta dell’arco.

Per contrastare questo fenomeno gli antichi costruttori hanno inventato due sistemi molto efficaci: gli archi a ghiera multipla ed archi o piattabande con conci incastrati.

Archi e piattabande con INCASTRI A DARDO DI GIOVE

Il sistema è concettualmente semplice ma molto raffinato e richiede una grande bravura da parte di scalpellini e muratori nelle operazioni di progettazione, taglio e montaggio dei conci.
In particolare la stereotomia della pietra, cioè il taglio dei pezzi secondo precise misure e forme geometriche, dev’essere assolutamente perfetta: ogni concio è infatti diverso dall’altro e va sagomato singolarmente.

Anche se la malta veniva comunque utilizzata, risultava generalmente superflua grazie al perfetto incastro tra gli elementi. Il giunto a dardo di Giove – così chiamato per il profilo a forma di fulmine stilizzato – era infatti posto in verticale oppure obliquamente, con lo smusso intermedio a impedire l’abbassamento dei conci.
Gli elementi sono quindi sagomati:
a Z sul lato destro dell’arco o piattabanda;
a T nel concio di chiave;
a S nel lato sinistro;
a L diritta o rovesciata in corrispondenza delle imposte (Foto 1).

Per impedire la rottura a taglio dei conci a causa dei carichi verticali gravanti sull’arco o sulla piattabanda, lo smusso dell’incastro era posto nella parte superiore dell’elemento, di solito a circa 2/3 o 3/4 dell’altezza.

Firenze, palazzo del Bargello (XIII secolo): piattabanda formata da nove conci di arenaria con giunti a dardo di Giove

Troviamo splendide piattabande di questo tipo in alcuni edifici duecenteschi della Toscana.
Una delle porte del Bargello di Firenze, costruito a metà del XIII secolo, mostra ad esempio una piccola piattabanda di arenaria formata da nove conci di arenaria con giunto a dardo di Giove.
Molto più raffinato è invece l’architrave del portale principale di Palazzo Tolomei a Siena (Foto 2 e 3), già attestato nel 1277: formato da 14 conci di pietra da torre, un calcare cavernoso molto diffuso nell’architettura medievale senese, è talmente ben costruito da rendere i giunti quasi visibili a occhio nudo.

La tecnica però era senza dubbio conosciuta già nel VI secolo dopo Cristo, come dimostrano gli splendidi archi interni ed esterni del Mausoleo di Teodorico a Ravenna (Foto 4 e 5). I suoi conci mostrano una lavorazione assai raffinata: ciascuno di essi, oltre al giunto a dardo di Giove, è infatti arricchito anche da un elegante nastrino di bordatura (Foto 6).

Per migliorare l’aderenza degli elementi e ripartire i carichi in maniera uniforme talvolta il dardo di Giove veniva raddoppiato. È quanto si nota ad esempio nell’impressionante architrave a piattabanda del portale d’ingresso Mausoleo di Teodorico, formato da nove conci e dall’incredibile profilo curvilineo per adattarsi alla forma dell’edificio (Foto 7 e 8).
Il concio in chiave è sagomato a piramide tronca (Foto 9), le imposte sono costituite da triangoli smussati e i conci intermedi si caratterizzano per un’inclinazione assai pronunciata.
La corrispondenza dei giunti è perfetta e il montaggio è avvenuto a secco (cioè senza fare uso di malta) cominciando dai lati e concludendo con il concio di chiave (Foto 8)

Una tecnica alternativa, visibile nell’ex chiesa di San Nicola degli Inglesi a Nicosia (Cipro) e documentata dall’ingegner Cangi nel Manuale del recupero strutturale antisismico, prevedeva invece l’uso di incastri dal profilo simile alle tessere dei puzzle (Foto 10).
Si tratta però di un metodo molto più laborioso: infatti il taglio della pietra risulta particolarmente complesso; mentre il montaggio dei conci, anziché dall’alto come avviene solitamente, può essere eseguito soltanto facendoli scorrere frontalmente, con conseguenti difficoltà di sollevamento e necessità di uno spazio di manovra adeguato.

Le piattabande con giunti incastrati sono molto stabili e resistenti, ma per per alleggerirle erano spesso munite di un arco di scarico a tutto sesto o a sesto acuto.
Nel caso di un arco talvolta si provvedeva invece a costruire la muratura soprastante con pietre di forma triangolare o trapezia per costituire una sorta di triangolo di ripartizione (Foto 11).

Archi e piattabande con giunti incastrati nell’EDILIZIA MINORE

Anche se belle esteticamente e molto efficienti dal punto di vista statico, le piattabande con giunti incastrati sono rare e riservate agli edifici di pregio.

Esiste però una significativa eccezione nell’architettura tradizionale pugliese, e in particolare in diversi edifici di Bari Vecchia.

 

Qui la tecnica dei giunti a incastro è infatti impiegata comunemente per la costruzione di portali con arco a sesto ribassato (Foto 12, 13, 14 e 15), difficilmente databili ma probabilmente più tardi degli esempi sopra descritti.

La tecnica è molto semplificata, perché l’arco viene diviso in soli tre conci: due laterali molto allungati e uno centrale leggermente più corto.
Inoltre, contrariamente alla prassi usuali lo smusso dell’incastro si trova a circa metà dell’altezza dell’arco (Foto 12 e 13) o addirittura nella parte inferiore, cioè più vicino all’intradosso (Foto 14 e 15): si tratta di un errore costruttivo che dimostra l’uso di mano d’opera non abbastanza qualificata.

Molto interessante è infine la soluzione adottata in un portale barocco il cui architrave, sebbene non eseguito con veri e propri incastri a dardo di Giove, si appoggia ai piedritti con giunti a 45° (Foto 16 e 17): in questo modo la piattabanda – monolitica – funge da vero e proprio “tappo” bloccando i piedritti contro la muratura.

 

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