I SISTEMI DI NUMERAZIONE CIVICA degli edifici nell’Emilia di fine ‘700

L’antenato dei numeri civici delle case: uno stemma, un simbolo o un monogramma inciso sul portale. Il numero 1608 si riferisce invece alla data del rimaneggiamento dell’edificio, di origini trecentesche

Nell’antichità, nel Medioevo e fino ad epoche incredibilmente recenti, non esistevano i numeri civici e perfino i nomi delle strade non erano codificati ufficialmente. Per cercare una bottega o un’abitazione si seguiva perciò un sistema diverso, facendo riferimento al quartiere, contrada o parrocchia di appartenenza, alla strada oppure a un punto di riferimento facilmente identificabile come una chiesa, un incrocio o un’immagine religiosa; a questo punto – se si era forestieri – si chiedeva agli abitanti della via. Possediamo un esempio di questo modo di indicare gli indirizzi grazie a un graffito di Pompei che spiega come rintracciare la famosa attrice Novella Primigenia: A Nocera, presso Porta Romana, nel quartiere di Venere, chiedi di Novella Primigenia.

Spesso però, soprattutto nel Medioevo e in epoca moderna, si cercavano sistemi più pratici per contrassegnare gli edifici come l’uso di simboli, monogrammi o stemmi araldici scolpiti oppure dipinti sull’architrave del portone o sulla facciata del palazzo; oppure la creazione di decorazioni di facciata particolarmente vistose e perciò facilmente riconoscibili. Per indicare la proprietà in alcune città come Siena erano invece diffuse le cosiddette tabelle di possesso, costituite da piccole mattonelle di pietra, terracotta o maiolica invetriata decorate con le stemma o il monogramma della famiglia o della confraternita proprietaria, la data di apposizione e spesso un numero in lettere romane relativo a ciascun fondo.

La numerazione “moderna”, estesa a tutta la città venne sperimentata per la prima volta in alcune piccole zone di Londra nel 1708, ed era già attestata in Francia a metà del ‘700.

La numerazione civica nell’Italia di fine ‘700

In Italia settentrionale il metodo si affermò solo negli ultimi anni del XVIII secolo in seguito alle idee innovative trasmesse dalla Rivoluzione Francese o alla vera e propria invasione del 1796-97 guidata da Napoleone Bonaparte. La numerazione civica era però molto diversa da quella attuale e seguiva pedissequamente le suddivisioni amministrative cittadine in rioni, quartieri, contrade, sestieri, eccetera, oppure ne creava una nuova valide soltanto a quello scopo. La numerazione avveniva perciò dall’1 – generalmente ubicato vicino a un edificio particolarmente importante – fino all’ultima casa censita; i numeri civici ammontavano dunque a molte migliaia. L’uso di una numerazione simile a quella attuale, cioè basata sulla strada, era infatti ostacolata dalla mancanza di una toponomastica ufficiale, che rendeva praticamente impossibile identificare con sicurezza ciascuna strada o piazza.

Si trattava certamente di un’evoluzione rispetto all’incertezza dei secoli precedenti, perché ciascun edificio e veniva identificato in modo chiaro e univoco, ma non risolveva le esigenze più pratiche e quotidiane: smistare la corrispondenza, favorire le consegne di merci e derrate alimentari o aiutare i forestieri – o anche le persone poco pratiche del quartiere – a trovare facilmente una casa o una bottega. Era invece molto valido a fini fiscali e catastali, cioè per stabilire con precisione l’identità dei proprietari.

I numeri civici del centro storico di Venezia seguono ancora il sistema settecentesco. Foto di Paolo Monti

Perciò, a partire soprattutto dalla seconda metà del XIX secolo, questo sistema cadde in disuso e venne soppiantato da quello attuale basato su tre principi differenti:
– assegnare a un lato della strada i numeri pari e quello opposto i numeri dispari, tuttora il più comune;
– attribuire i numeri in sequenza su un lato della strada e poi passare all’altro: in questo modo, come si nota in alcune strade del centro storico di Roma, il numero più alto di ciascuna via è davanti al numero 1;
– secondo il metodo distanziale, molto comune negli Stati Uniti e adottato anche in via Trionfale a Roma, il cui numero più alto è il 14500: il riferimento non è infatti al numero progressivo di un portone, ma alla distanza dall’inizio della strada o da un punto prefissato.

L’unica città che mantiene tuttora la numerazione tradizionale è Venezia. Gli indirizzi ufficiali in centro storico sono infatti formati dal nome del sestiere e dal numero progressivo: l’indirizzo della Ca’ d’Oro è ad esempio “Cannaregio 3932”; oggi, per facilitare l’individuazione del portone si inserisce molto spesso anche il nome della strada.

Un esempio emiliano: Bologna

A Bologna i numeri civici vennero introdotti il 6 settembre 1794, due anni prima dell’invasione dei Francesi.

Si decise di dividere la città, ancora corrispondente all’attuale centro storico, in quattro settori; ciascuno di essi avrebbe avuto una numerazione autonoma contraddistinta da un colore differente secondo questo schema:
– Quartiere di San Francesco tra via San Felice e via San Mamolo con i numeri rossi, da 1 a 1444;
– Quartiere di San Domenico tra via San Mamolo e via Santo Stefano con i numeri neri, da 1 a 1553.
– Quartiere di Santa Maria dei Servi tra via Santo Stefano e via San Vitale con i numeri azzurri, da 1 a 979;
– Quartiere di San Giacomo tra via San Vitale e via San Felice con i numeri gialli, da 1 a 3378.

Le targhette erano generalmente di marmo, con i numeri incisi e dipinti nel colore corrispondente: attualmente se ne conservano alcuni esemplari rossi in via del Pratello (Foto 1), neri (Foto 2) o perfino azzurri (Foto 3). Il giallo non si è invece conservato, probabilmente perché meno visibile o dipinto con pigmenti meno resistenti.

Il sistema basato sui colori rimase in uso fino al 1801, cioè per soli sette anni: dopo questa data l’adozione di una toponomastica ufficiale e l’apposizione di targhe con i nomi delle strade lo rese infatti superfluo. Molte targhette con i numeri vennero perciò modificate riempiendo con una pasta di colore nero le incisioni preesistenti (Foto 4) per migliorarne la visibilità soprattutto di notte e da lontano. Non esisteva inoltre un modello ufficiale di targhette, e perciò alcune di esse, probabilmente più recenti, ostentano bordure decorative formate da linee doppie o multiple (Foto 5 e 6), curvilinee variamente intrecciate (Foto 7, 8 e 9) o da vere e proprie greche (Foto 10).

I numeri si susseguivano in modo consequenziale, senza cioè distinguere tra numeri pari e dispari: i portoni vicini avevano perciò numeri consecutivi. Poteva però succedere che ad alcuni portoni, che immettevano ad esempio in cortili comuni a due o più edifici, venisse attribuito più di un numero: in questi casi si usavano quindi più targhette affiancate (Foto 11) oppure una targa speciale con più numeri sovrapposti (Foto 12), una soluzione sicuramente più elegante.

Il sistema rimase in uso fino al 1878, quando venne sostituito con quello tutt’ora utilizzato.

Le combinazioni alfanumeriche di Modena

A Modena la numerazione delle case fu invece introdotta nel luglio 1786 dal Duca Ercole III, che ideò il cosiddetto “piano di mendicità“, volto a censire tutti i poveri della città per aiutarli con sussidi e provvedimenti assistenziali.
Il centro cittadino venne perciò diviso in venti quartieri (Ritiro, Madonna del Paradiso, Ospitale, Case Nuove, San Barnaba, Sant’Eufemia, Beccaria, San Carlo, Chiesa Votiva, Ghetto, San Vincenzo, Monache Scalze, Palazzo Foresto, Santa Maria delle Asse, San Pietro, San Paolo, San Francesco, Santa Maria delle Grazie, San Salvatore, San Bartolomeo) ricalcando parzialmente i confini delle parrocchie preesistenti. Ciascun settore fu contrassegnato a una lettera, dalla A alla V, comprendendo la K ma saltando la J a causa della sua somiglianza con la grafia dei numeri 1, scritti appunto in questo modo (Foto 13, 15 e 52). Manca invece il settore della Z. Il primo civico – A/1 – era il Palazzo Ducale (attuale sede dell’Accademia Militare), mentre l’ultimo – U/1872 –  si trovava in vicolo Frassone nel quartiere di San Bartolomeo.
Il sistema era però farraginoso, perché alcuni palazzi grandi dimensioni erano dotati di più accessi indipendenti che potevano cadere anche in rioni differenti.

Le targhe, più grandi di quelle di Bologna, sono costituite da placche quadrate o assai più raramente circolari, che dovevano seguire almeno inizialmente regole piuttosto rigide: essere di marmo o pietra calcarea, con la lettera sovrapposta al numero scritto in cifre arabe e non romane, con lettere incise e successivamente dipinte in nero o rosso a seconda del gusto dei proprietari. Questi ultimi dovevano anche sostenere le spese per la realizzazione e l’apposizione delle targhe, che dovevano essere affisse in una posizione ben visibile, generalmente sopra (Foto 26, 24 e ) o accanto al portale d’ingresso (Foto 27). Tuttavia nel corso del tempo numerose targhe vennero rimosse o sostituite, cosicché quelle tuttora visibili (alcune centinaia) presentano una grande varietà di stili e materiali.

Normalmente infatti la lettera che indica il quartiere è divisa dal numero sottostante con una linea o più linee (Foto 17, 24 e 35), un segno più decorativo (Foto 38, 41 e 51) o talora nulla (Foto 15 e 29). Spesso le iscrizioni sono racchiuse da una semplice cornice formata da una o più linee rettilinee (Foto 33 e 45). La forma nella stragrande maggioranza è quadrata, eventualmente anche con gli angoli smussati (Foto 26 e 46), oppure assai più raramente ovale, rettangolare, rotonda (Foto 30) o corrispondente al concio in chiave di un portale (Foto 37). I materiali sono abbastanza eterogenei, perché alcune targhe evidentemente perdute o rovinate sono state sostituite nel corso del tempo con esemplari in terracotta, pietra serena o maiolica invetriata (Foto 46); in alcuni casi il numero civico è invece stato inciso direttamente su uno stipite (Foto 50) o sul concio in chiave (Foto 36) di un portale.

Lo stile delle incisioni è semplice ma curato: alcune lettere presentano  una sorta di ricciolo decorativo (Foto 19), mentre una targa nel settore T ostenta la lettera decorata da grazie e l’8 del numero 1784 formato da due cuori sovrapposti, uno dei quali rovesciato (Foto 49). Molto particolare è inoltre il civico I/808, costituito da una placca rotonda di pietra calcarea con il numero, la lettera, la cornice e il segno divisorio in altorilievo. Nelle targhe originali le incisioni erano ripassate in nero o rosso: il colore in alcuni casi è conservato (Foto 50), ma assai più spesso manca qualsiasi traccia di pigmento (Foto 41). Nelle targhe più recenti alcune incisioni sono state invece riempite con una pasta pigmentata di nero (Foto 28 e 33), secondo un uso che abbiamo già visto a Bologna; ma le incisioni del civico T/1784 conservano tuttora alcune tracce di pigmento verde, che sull’arancione della terracotta doveva spiccare molto nettamente. Alcuni civici sono infine arricchiti anche da semplici decorazioni costituite da rametti stilizzati (Foto 52) o una cornice a zig zag (Foto 47).

Analogamente a quanto succede a Bologna sono presenti alcuni civici doppi o addirittura tripli, scritti sovrapposti (Foto 38 e 33) o più raramente affiancati (Foto 51). Talvolta, dopo l’attribuzione dei numeri civici si sono creati nuovi ingressi, risolti analogamente a quanto avviene ancora oggi: lo dimostra il civico E/493SECONDO (Foto 52). Molto curiosi sono infine i civici o/1348/1349, rozzamente incisi su una latra in terracotta dipinta di bianco, perché l’8 mostra evidenti tracce di correzione oppure una grafia decisamente inconsueta.

Questa numerazione rimase in vigore fino al 1866, quando il sindaco Giuseppe Campori adottò il sistema in uso ancora oggi.

I civici “moderni” di Reggio Emilia

Anche il centro storico di Reggio Emilia ostenta alcuni numeri civici, a mio parere però ascrivibili a una fase successiva degli ultimi decenni del XIX secolo, quando l’uso attuale soppiantò la numerazione originaria.

Si tratta infatti di piccole targhette quadrate di terracotta, con incisi numeri piuttosto bassi (Foto 54): il numero più alto che ho documentato è 24. Il metodo seguito è quello tuttora più comune, che attribuisce ai numeri pari un lato della strada e ai numeri dispari il lato opposto. Lo provano alcuni portoni contigui che hanno conservato questo tipo di numerazione: una sequenza 13-15-17 (Foto 55 e 56) o una 20-22 (Foto 57). Tuttavia anche a Reggio Emilia dovette esistere una numerazione civica di fine ‘700 molto simile a quelle di Modena e Bologna, come dimostra un numero 1157 quasi completamente nascosto da una tinteggiatura più recente, posto sotto a un 9 evidentemente ottocentesco (Foto 58).

E l’onomastica stradale?

La riforma dei numeri civici nella seconda metà dell’800 a Modena e Reggio Emilia comportò l’adozione di una toponomastica ufficiale, sostanzialmente invariata ancora oggi. Si provvide dunque ad apporre appositi segnali con le nuove denominazioni. Tuttavia, contrariamente ad altre città come Bologna, in cui le targhe stradali erano di pietra, si optò per scritte semplicemente dipinte in corrispondenza degli incroci, secondo un uso tuttora attestato nel centro storico di Venezia.

Ho documentato tre di queste scritte: Vicolo S. Maria a Modena, Via di Monzermone e Via dei Toschi a Reggio Emilia. Le scritte sono in caratteri maiuscoli neri oppure grigi e neri per simulare un’incisione, una freccia direzionale indica talvolta la strada che incomincia. Alcune evidenti tracce di scalpellatura indicano infine che queste scritte, ormai molto rare e preziose, divennero obsolete in breve tempo e vennero coperte da intonaci più recenti.


Per una spiegazione dettagliata del sistema di numerazione civica settecentesca a Bologna si veda questo link del sito originebologna.com

Per un approfondimento sui numeri civici di Modena si rimanda invece a questo articolo della Gazzetta di Modena.

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