Antiche simbologie medievali: il MOTIVO A FINTO VAIO

La pelliccia di vaio, un materiale assai prezioso
Una pelliccia di vaio (foto tratta da Wikipedia)

Il vaio – o vajo – era una pelliccia ottenuta cucendo assieme le pelli di un particolare tipo di scoiattolo caratterizzato dalla pancia bianca e dalla schiena grigio argento, facilmente riconoscibile per un disegno modulare dal motivo bicromo simile a scaglie stilizzate.
Dato l’alto numero di animali occorrenti e la mole di lavoro necessaria a confezionarlo, si trattava di un tipo di pelliccia particolarmente diffuso e apprezzato soprattutto nel Basso Medioevo (XIII-XV secolo) per il suo grande pregio: infatti, sebbene considerato generalmente meno prezioso dell’ermellino (normalmente riservato a re, papi e imperatori) era ritenuto il tipico segno di riconoscimento della cosiddetta “nobiltà di toga” formata da giudici, notai, medici, cancellieri, funzionari pubblici, avvocati e professori universitari. Gli appartenenti a queste corporazioni e le loro mogli – anch’esse normalmente esentate dalle leggi suntuarie – usavano infatti adornare le tipiche sopravvesti maschili e femminili (soprattutto guarnacche, gamurre, gonnelle e tabarri*) con orli, colletti e guarnizioni di vaio, come si nota in una lastra sepolcrale probabilmente trecentesca attualmente esposta nel chiostro del convento di San Francesco a Bologna (Foto 1).
Di quest’usanza è testimone anche il Boccaccio, che in una delle sue novelle racconta di un medico che, emigrando da Prato a Firenze e deciso a ben figurare con i colleghi, chiede alla moglie di scucire le guarnizioni di vaio da una delle sue vesti per sostituire quelle del suo abito, usurate e spelacchiate per il lungo uso.

Tuttavia il vaio veniva normalmente utilizzato anche da altre categorie sociali appartenenti all’alta borghesia come banchieri e mercanti, soprattutto per impreziosire sopravvesti e mantelli con ricche fodere di pelliccia, che diventavano visibili quando – per consentire una maggiore libertà di movimento – si sollevavano o ripiegavano le falde dell’abito: lo si nota molto bene nell’affresco di Maso di Bianco San Silvestro resuscita i maghi del 1340 circa (Firenze, Basilica di Santa Croce, cappella Bardi di Vernio – Foto 2), in cui alcuni personaggi ostentano ricche sopravvesti foderate di vaio, o in un altro affresco trecentesco attribuito alla bottega veronese del pittore Turone di Maxio, in cui san Cristoforo, anche se a gambe nude per guadare il fiume con in spalla Gesù Bambino, indossa un elegante gonnello rosso con una lunga fila di bottoni e una clamide gialla (un mantello corto allacciato su petto o su una spalla usato normalmente da soldati e cavalieri*) con ricami neri e fodera di vaio (Foto 3).
Per tentare di arginare questa moda, il vaio veniva sottoposto a numerose prescrizioni delle leggi suntuarie, appunto leggi e regolamenti volti a limitare o regolamentare il lusso di vesti o gioielli, oppure a stabilire precisi divieti per alcuni gruppi e ceti sociali: fodere, colletti, bordi e manicotti erano dunque rigidamente codificati quanto a numero, forma, dimensioni e posizioni; mentre gli abiti non conformi per poter essere indossati in pubblico dovevano essere accuratamente registrati, “bollati” e sottoposti al pagamento di una tassa.

Significato simbolico del vaio

Alla pelliccia di vaio erano dunque attribuiti precisi significati simbolici e sociali:
– appartenenza alla “nobiltà di toga”, e perciò, sostanzialmente, di detenzione di un “sapere” e di una autorità morale e intellettuale (auctoritas) che assai raramente (per non dire mai) veniva messa in discussione;
– attribuzione di potere politico e decisionale nell’ambito delle magistrature comunali e cittadine;
– ostentazione di ricchezza e potere economico (la pelliccia di vaio come status symbol della propria condizione di privilegiati).

Questa grandissima importanza è sottolineata da due importanti indizi:
– il ruolo preminente attribuito all’Arte dei Vaiai e Pellicciai (una delle sette Arti Maggiori) nel governo del Comune di Firenze (Foto 4);
– l’assunzione del vaio – insieme all’ermellino – come “pelliccia araldica” per la formazione dei blasoni, che poteva essere sia “al naturale”, cioè rispecchiare l’aspetto e la cromia della pelliccia naturale, oppure assumere qualsiasi combinazione di due dei classici colori araldici, cioè bianco o argento, giallo od oro, rosso, azzurro, verde e, nero: lo si nota molto bene ad esempio nel tabarro (una sorta di larga tunica aperta sul davanti indossata normalmente sopra l’armatura*) con un motivo a vaio bianco e rosso indossata da un giovane cavaliere in preghiera (Foto 5) ritratto in un lacerto di affresco attribuito alla bottega del Maestro di San Zeno, attiva a Verona nella seconda metà del ‘300.

La pelliccia di vaio nella DECORAZIONE D’INTERNI

Oltre che nell’abbigliamento, la pelliccia di vaio trovava larga applicazione anche nell’arredamento, o meglio nella confezione di tendaggi, tappezzerie e cortine da letto con cui d’inverno si cercava di proteggere le pareti delle stanze principali e il letto dal freddo e dall’umidità, trasferendo il suo significato simbolico, politico e sociale dalla singola persona alla dimora di famiglia.
Le stanze più importanti (tipicamente gli ambienti di rappresentanza) avevano dunque le porzioni più basse delle pareti non decorate o tinteggiate in tinta unita per consentire il fissaggio di questi tendaggi, che venivano appesi a una serie di ferri a forma di L chiamati “arpioncini da parati” disposti in lunghe file orizzontali nella parte alta delle pareti: ne vediamo un ottimo esempio in una stanza di Palazzo Davanzati a Firenze (Foto 6). Si trattava perciò di un rivestimento mobile, che nei mesi estivi poteva essere sostituito con tendaggi più freschi e leggeri, magari in seta o bisso.

Negli ambienti più modesti – come ad esempio le camere da letto e le stanze private – questi tendaggi venivano semplicemente dipinti: si tratta delle finte tappezzerie diffusissime nelle decorazioni di interni (ed esterni) del XIII-XV secolo.
Sono spesso riprodotte con straordinaria fedeltà: nella Sala dei Pappagalli di Palazzo Davanzati vediamo ad esempio che la finta tappezzeria è “appesa” agli arpioncini da parati con una serie di anellini dorati accuratamente dipinti, mentre i lembi inferiori e i lati appaiono liberi e si possono sollevare (Foto 7). Lo si nota molto bene nella Sala dei Pavoni in corrispondenza degli spigoli della stanza e soprattutto di una piccola porta che immette nel bagno privato, dove la tappezzeria si ripiega su se stessa lasciando intravvedere un rigoglioso giardino fiorito (Foto 8): in questo caso si voleva dunque suggerire l’idea di un padiglione aperto immerso nella natura. Dai lembi della porzione superiore del tendaggio si intravvede invece un ricco rivestimento in lastre di marmo colorato (Foto 7).
In questo caso la tappezzeria è inoltre formata da un tessuto “operato” (cioè decorato con motivi realizzati direttamente nella trama della stoffa) probabilmente di broccato ricamato con un motivo araldico a gigli e leoni rampanti, e foderato internamente con una pelliccia di vaio (Foto 8).

In altri casi invece la tappezzeria riproduce il motivo a finto vaio per l’intera superficie, come si nota molto bene ad esempio in una delle sale del Castello di Avio: la parete si presenta divisa in due fasce orizzontali nettamente separate, di cui quella superiore con un bel motivo a quadrilobi e quella inferiore, purtroppo molto lacunosa, con una tappezzeria a finto vaio schematicamente “appesa” alla parete (Foto 9). In questo caso la composizione complessiva sembra dunque suggerire la presenza di una tappezzeria “fissa” (o più verosimilmente di un intonaco decorato) con un sottostante tendaggio, significativamente posizionato “ad altezza d’uomo” (la serie di buchi rettangolari erano infatti destinati ai travetti di un solaio non più esistente). La parete retrostante sembra invece trattata con una semplice tinteggiatura in tinta unita di colore giallo ocra.

Le cimase di questi tendaggi sono sempre riccamente decorati: nella Sala dei Pappagalli di Palazzo Davanzati i bordi superiore e inferiore sono ad esempio impreziositi da una larga bordura dorata con un ricamo di motivi X, medaglioni di forma quadrata e romboidale e una corta frangia rossa e azzurra (Foto 10).
Un’analoga attenzione per la bordura riccamente decorata si nota anche in una finta tappezzeria probabilmente duecentesca scoperta in un’abitazione privata nel centro storico di Siena (Foto 11): sotto una modanatura molto stilizzata con una serie di dentelli eseguiti in nero e rosso è appesa una tappezzeria di vaio con una ricca bordura che sembra costituita da un cordone dorato a treccia con sottostante frangia gialla, verde e rosa. La parete retrostante è invece completamente nera, forse per suggerire la presenza di una porta. Lo stile in questo caso è molto schematico e convenzionale, con la pelliccia di vaio che, a differenza dell’esemplare del Castello di Avio, è ritratta senza riprodurre le pieghe del tendaggio in corrispondenza dei punti in cui è appeso.
Proprio nel castello di Avio questa bordura decorativa si presenta assai semplificata in due sottili righe rosse che delimitano una fascia bianca un po’ più larga (Foto 9).

Particolare del motivo a finto vaio della Sala della Secchia nella Torre Ghirlandina di Modena (XV secolo)

Un’altra interessante variante proviene infine da una stanza della Torre Ghirlandina di Modena, completamente decorata nel XV secolo con un motivo a finto vaio. Anche in questo caso il riferimento ai tendaggi è chiaramente presente, come si nota dal bordo superiore della finta tappezzeria “appeso” sotto a fregio con motivi vegetali e munito della consueta fascia superiore ricamata (Foto 12); ma si tratta di un rimando ormai puramente convenzionale, come si nota nell’intradosso di un arcone rampante che sorregge una rampa di scale, anch’esso trattato a finto vaio senza alcuna soluzione di continuità (Foto 13).

Il realismo di queste decorazioni e la cura dei particolari potevano perciò variare drasticamente in base alla ricchezza della decorazione e soprattutto alla bravura degli esecutori: accanto infatti a esemplari come quelli di Palazzo Davanzati in cui perfino le piccole code degli scoiattoli sono state minuziosamente riprodotte nella fodera delle tappezzerie, ne troviamo altri in cui il motivo a finto vaio appare meno realistico e curato.


* Per maggiori approfondimenti sui tipi di abiti medievali si vedano:
– Roberto Orsi Landini, Moda a Firenze e in Toscana nel Trecento, Firenze, Edizioni Polistampa, 2019.
Sara Piccolo Paci e Francesca Baldassarri, Le Virtù della Vanità – il Trecento, Gilda Historiae, 2019.

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