PAESAGGIO URBANO ED EPIDEMIE: il colera del 1855 tra Modena e Bologna

Gli eventi traumatici come terremoti, incendi e inondazioni hanno da sempre modificato il paesaggio antropizzato, ma spesso anche fatti apparentemente privi di ripercussioni sull’edificato come le epidemie – anticamente molto comuni a causa della mancanza di condizioni igieniche adeguate, vaccini e antibiotici – hanno avuto conseguenze notevoli sull’aspetto delle nostre città Italiane. Un esempio eclatante è il cosiddetto Duomo Nuovo di Siena, i cui lavori si interruppero a causa dell’epidemia di peste del 1348: l’unica parte costruita, rimasta incompiuta, è l’immensa facciata che domina tuttora il profilo della città, a perenne monito della fragilità dell’uomo.

La storia che vorrei raccontare oggi è però molto più recente e circoscritta: l’epidemia di colera che colpì l’Europa tra il 1854 e il 1855, e in particolare alcuni “segni” di questa epidemia in due città Emiliane, Modena e Bologna.

L’epidemia di colera tra Modena e Bologna

Nel 1854 una nave proveniente dall’India portò il colera a Londra, e da lì a Marsiglia e Parigi. Tuttavia, poiché non vennero adottati metodi di quarantena, l’epidemia giunse anche in Italia, colpendo duramente soprattutto la Sardegna e in particolare Sassari (dove morirono circa 5000 dei suoi 23000 abitanti), il Piemonte, il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e Reggio Emilia e lo Stato Pontificio, di cui all’epoca faceva parte anche Bologna.

Pianta di Bologna con indicazione delle abitazioni contagiate dal colera, tratta dal sito http://badigit.comune.bologna.it/mostre/colera/index.html

A Bologna il primo caso venne segnalato il 29 maggio dai due medici Biagi e Salvanini; mentre il 13 giugno la Commissione Provinciale di Sanità distribuì a tutti i medici e le farmacie della città una copia del Regolamento sanitario per la città e provincia di Bologna del 1836 affinché venisse divulgato e correttamente applicato. Tuttavia questo non bastò a fermare l’epidemia, che iniziò a dilagare soprattutto nei quartieri popolari del centro storico a causa delle abitazioni sovraffollate, le condizioni igieniche precarie e la presenza di numerosi canali ancora a cielo aperto: le zone di via del Pratello, San Felice, via Lame, via Riva Reno e il Borgo di San Pietro furono duramente colpite, come mostra questa mappa delle abitazioni contagiate dal colera. Il picco si verificò il 12 luglio, quando si verificarono 169 nuovi casi su una popolazione di circa 70000 persone. L’epidemia terminò del tutto solo il 30 novembre, modificando profondamente la vita quotidiana dei bolognesi: chi poteva permetterselo si ritirò infatti nelle campagne, ritenute al sicuro dal contagio, mentre i popolani si affidarono alla fede religiosa organizzando processioni e veglie di preghiera. Poiché inoltre si riteneva che la malattia fosse contagiosa, vennero chiuse anticipatamente le scuole, si annullarono gli spettacoli teatrali e si sospesero le fiere e i mercati, con gravi ripercussioni sull’economia della città, ancora basata in gran parte sull’agricoltura.

La mortalità fu altissima: nel cimitero bolognese della Certosa nel 1855 si verificarono circa 7000 nuove sepolture, di cui 2371 nel solo mese di luglio. La mortalità generale (cioè dovuta a tutte le cause, compresi gli incidenti e le malattie diverse dal colera) raddoppiò, passando dal 4 al 9%.

Le tracce dell’epidemia in città

A saperle ben cercare, l’epidemia di colera ha lasciato chiare tracce nelle due città emiliane, consistenti soprattutto in piccole targhe, edicole o altarini murati sulle facciate delle case: si tratta dunque soprattutto di ex voto o iscrizioni religiose poste come ringraziamento per la fine dell’epidemia, o per essere scampati ad essa.

A Bologna ho trovato ad esempio ben due edicole votive chiaramente riferibili al colera.

La prima si trova in via Casselvatica ed è costituita da una semplicissima costruzione in muratura inglobata in un antico muro di cinta, molto simile a quelle diffuse anche nelle zone montane (Foto 1). Sul lato prospiciente la pubblica via si trova una nicchia ad arco, attualmente protetta da un vetro, all’interno della quale e posta una statuetta della Madonna di terracotta policroma (Foto 2). Una piccola targhetta di marmo bianco murata sopra la nicchia contiene l’epigrafe dedicatoria (Foto 3): “Addi [sic] 22 luglio 1855 in questa via cessò il morbo cholera per grazia di Maria“. Esaminando la mappa del contagio, si nota che via Casselvatica venne colpita solo marginalmente dall’epidemia, con sole 4 abitazioni contagiate.

Il secondo alterino, molto più curato esteticamente, si trova invece in uno dei rioni più colpiti della città, il Pratello, e più precisamente a metà di via Paradiso, che collega questa strada a via San Felice, uno dei tratti della via Emilia all’interno delle mura Bolognesi. Si tratta di un’elegantissimo tempietto in stile dorico inglobato nella facciata di una casa, in cui la consueta nicchia ad arco per l’immagine della Madonna è affiancata da due lesene sormontate da una trabeazione modanata e da un ricco frontone decorato da una croce (Foto 4). L’epigrafe, murata nel basamento (Foto 5), è però più tarda e contiene informazioni molto interessanti, sebbene parzialmente inesatte: “Gli abitatori di questa via immune nel MDCCCLV [1855] dal morbo asiatico che desolò la città tutta quanta riconoscono da te o Divina la grazia e piamente t’adorano – Giovanni Garagnani proprietario della casa restaurò questa effigie nel MDCCCXCI [1891]”.
A questo restauro risale probabilmente la fitta grata a losanghe formate da piattine di ferro unite mediante chiodatura che protegge, praticamente nascondendola alla vista, l’immagine della Madonna, questa volta costituita da un’icona o un’immagine su vetro.
Si era inoltre persa parzialmente la memoria storica del reale svolgimento degli avvenimenti, perché – esaminando la mappa del contagio – si nota che via Paradiso non venne risparmiata, ma anzi contò ben 7 abitazioni contagiate.
L’edicola doveva inoltre versare in gravi condizioni di degrado, sia per l’indigenza degli abitanti della strada, sia per semplice incuria, al punto da rendere necessario un intervento di restauro. Anche la posizione in cui venne posta l’edicola non è per niente casuale, ma era già stata sede di un’importante avvenimento devozionale attestato da una piccola targhetta murata più in alto nella stessa casa (Foto 6): “Anno 1738. Dalli [sic] devoti nella via del Paradiso si diede la S. Benedizione colla B.V.M. di San Lucca [sic]”. Si era trattato di un evento del tutto eccezionale, perché la processione della Madonna di San Luca, che ogni anno fin dal 1433 riporta nel suo santuario questa immagine miracolosa amatissima dai Bolognesi dopo la sua permanenza in città di una settimana, segue un percorso rigidamente codificato dalla tradizione.

A Modena invece le tracce dell’epidemia di colera sono più discrete ma assai più capillari: piccole targhette di marmo o pietra calcarea, maiolica invetriata o semplice terracotta murate al fianco del portone d’ingresso di case o palazzi, con inciso il monogramma di Cristo (IHS) o della Vergine Maria, la data 1854 o 1855 (Foto 7 e 8) e spesso anche un’iscrizione devozionale o di ringraziamento (Foto 9) tra cui ad esempio In nomine tuo salvamus MDCCCIV IHS (Noi guariamo nel tuo nome 1854 Gesù (Foto 9). Una data molto precisa, relativa a un certo mese o addirittura giorno (come ad esempio il 12 luglio – Foto 10) si riferisce molto probabilmente al giorno della guarigione di chi ha commissionato quel particolare ex voto, mentre un riferimento al 1854 (data di inizio effettivo dell’Epidemia in Europa) indica un contagio assai precoce: uno studio analitico di queste targhe, complessivamente alcune centinaia, potrebbe dunque fornirci informazioni molto dettagliate sulla diffusione dell’epidemia.

Le tracce dell’epidemia nelle campagne

Ma il colera raggiunse molto presto anche le campagne, contagiando i paesi più piccoli, i semplici borghi rurali o persino le cascine isolate, nonostante i governi cittadini avessero preso alcuni provvedimenti proprio in tal senso ad esempio sospendendo fiere e mercati, per evitare che i contadini affluissero in città per affari. Tuttavia il contagio venne favorito sia dal massiccio afflusso di cittadini in cerca di riparo, sia dalle condizioni di vita dei contadini poveri, che vivevano spesso in famiglia allargate molto numerose abitando in case sovraffollate prive di acqua corrente e di servizi igienici adeguati. Un serio grave rischio era inoltre costituito dal contatto ravvicinato e quotidiano con gli animali: polli e oche che spesso circolavano anche per la casa, asini o cavalli per il trasporto delle masserizie, mucche o buoi per i lavori agricoli. Infatti, anche se le tipiche stalle rurali dell’Emilia Romagna erano progettate per favorire un’adeguata pulizia, le acque reflue o la concimaia potevano facilmente inquinare le falde acquifere superficiali dai cui – attraverso un pozzo o una cisterna – si attingeva l’acqua per bere, cucinare, lavarsi e fare il bucato.

Le tracce materiali dell’epidemia di colera sono molto simili anche nelle campagne: nel piccolissimo insediamento di Tavernelle, una frazione del comune di Vignola in provincia di Modena, sulla facciata di due case contigue a vari piani si trova ad esempio una grande edicola votiva dedicata alla Madonna di Loreto (Foto 11). L’immagine, costituita da un dipinto visibile solo in occasioni particolari, è posta entro una nicchia protetta da due ante in legno dipinte di azzurro e decorate da mazzi di rose sormontate dal monogramma della Vergine Maria (Foto 12). Due lesene tuscaniche con sovrastante trabeazione e una corona di metallo circondano e arricchiscono la nicchia, mentre il tutto è ulteriormente protetto da una piccola tettoia. Un’iscrizione moderna posta in occasione di un restauro (Foto 13) chiarisce che si tratta di un ex voto fatto dipingere dagli abitanti della borgata come ringraziamento per essere rimasti immuni all’epidemia: si tratta di una testimonianza devozionale decisamente significativa, non solo per la qualità intrinsecamente alta della nicchia – segno evidente dell’importanza che le veniva attribuita – ma anche per la festa della Madonna di Loreto che viene tuttora celebrata ogni anno.


Per alcuni approfondimenti sul colera a Bologna si rimanda a questo link del sito della Biblioteca dell’Archiginnasio, da cui ho tratto le informazioni per la scrittura di questo articolo.
Per approfondimenti sul colera a Modena e i relativi ex voto si veda invece questo libro:
https://www.google.com/search?q=Note+archeologiche+sulla+diffusione+del+trigramma+bernardiniano+a+Modena+in+occasione+del+colera+del+1855%C3%B9&rlz=1C1GGRV_enIT751IT751&oq=Note+archeologiche+sulla+diffusione+del+trigramma+bernardiniano+a+Modena+in+occasione+del+colera+del+1855%C3%B9&aqs=chrome..69i57j69i60l3.868j0j4&sourceid=chrome&ie=UTF-8

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